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Architettura, Ricerca, Conservazione
Scala nella piazza di Polpenazze
Immagini di cantiere
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Monumento ai Caduti di Padenghe s/G

Progetto di restauro conservativo

Committente: Comune di Padenghe s/G
Periodo della prestazione: 2014
Edificio vincolato ai sensi del D.L.vo n. 42 del 2004

STATO DI CONSERVAZIONE

Il monumento ai caduti collocato nella piazza fronti stante la chiesa mostra una serie di patologie legate principalmente alla presenza molto ravvicinata della vegetazione, in particolare, di due imponenti cipressi adiacenti alla struttura. Non meno importanti sono le aggressioni legate a depositi atmosferici di tipo chimico e reazioni chimiche causate da agenti naturali.

Gli effetti che tale situazione determina sono la formazione di coloriture brune sulle superfici che, soprattutto nella parte a monte, si sono trasformate in croste nere piuttosto dure e con concrezioni particolarmente evidenti sul dorso della statua. Meno intense ma in ogni caso fastidiose e pericolose sono le numerose percolazioni che interessano le altre aree e superfici. L’intensità delle patine biologiche che da molti anni si susseguono le une sulle altre costituisce un ulteriore problema che sarà opportuno monitorare con il tempo. Infatti l’intervento proposto prevede la rimozione di tutte le patine biologiche, che intaccano la pietra  reagendo chimicamente con il carbonato di calcio, e la stesura di un biocida preventivo alla loro ricrescita.

LA COSTRUZIONE DEL MONUMENTO AI CADUTI
Dinnanzi ai milioni di morti, tra soldati e civili, alla distruzione di intere città, i lutti che avevano colpito praticamente ogni famiglia di ogni paese e la situazione economica disperata in cui versavano gli stati durante, ma soprattutto alla fine della guerra, accadde qualcosa che nei conflitti del passato era stato appena accennato: iniziò il processo di glorificazione dell’esperienza della guerra, che ben presto si trasformò in un mito.  Questa esigenza, che consisteva non solo nel dare un valore all’esperienza vissuta per consolarsi della sconfitta, ma addirittura nel glorificarla, rendendola sacra, era sentita principalmente dai reduci. I monumenti ai caduti non furono una novità che nacque con la Prima Guerra Mondiale, anche se con essa assunsero un valore completamente differente e si caricarono di significati simbolici. Infatti, prima del 1914, su di essi non erano riportati i nomi dei singoli caduti; semplicemente, veniva eretto un monumento che celebrava il coraggio ed il valore di un battaglione o di un reggimento, o talvolta dell’intero esercito di una nazione, senza che fosse presente un elenco con i nomi di tutti i caduti. Nel ricordo della guerra, si giocano un ruolo fondamentale il Cristianesimo e il nazionalismo: la paura della morte fu superata dalla volontà di rendere servizio alla patria, in una missione benedetta da Dio. La morte non doveva essere temuta, così come aveva fatto Gesù, poiché il sacrificio per la nazione trascendeva la morte fisica; quella spirituale, infatti, non sarebbe sopraggiunta, perpetuandosi la sacra missione nei compagni d’arme. Il legame tra il soldato e Cristo diventa un’icona di questo fenomeno. Il ricordo prosperò  quando la sconfitta bruciante della Germania, e le incalcolabili perdite umane di tutti gli Stati europei, imposero la consacrazione del sacrificio sostenuto, avvertita con intensità ancora maggiore rispetto all’esigenza di legittimare l’arruolamento del 1914. I morti rappresentavano la salvezza per i vivi, che percepivano l’importanza di appartenere alla stessa nazione, proprio in virtù di tutti coloro che erano deceduti per onorarla e glorificarla. Qui si può cogliere il legame inscindibile tra Cristianesimo e Nazionalismo.

Monumento ai Caduti stato di conservazione

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Con la Prima Guerra Mondiale i monumenti ai caduti cessano di essere anonimi e su di essi iniziano a comparire i nomi dei singoli soldati acquistando un carattere democratico. Si tentò di onorare ciascun singolo morto in guerra, accordandogli una tomba individuale, inscrivendo il suo nome sul luogo della sepoltura, o sul monumento locale. Il singolo non veniva onorato per le sue gesta individuali, non come persona in quanto tale, ma come parte di un progetto superiore, di una guerra condotta per glorificare e potenziare la patria. Il valore simbolico dei monumenti ai caduti non si sofferma tanto sul singolo soldato, quanto sulla forza della collettività, unita nell’inseguire il medesimo fine. Il monumento ai caduti tipico di questo periodo storico, testimonia l’abolizione delle gerarchie militari come indice di prestigio sociale; viene infatti celebrata l’uguaglianza davanti alla morte, per coloro che, indipendentemente dal grado militare, hanno sacrificato la vita per la patria. Il monumento divulga quell’ideale di uguaglianza che, durante la vita militare, era, per forza di cose, impossibile da realizzare. La gerarchia e i gradi militari erano infatti necessari per l’efficiente funzionamento dell’apparato militare di uno stato, ma, di fronte alla morte, il gesto eroico del soldato semplice era comparato al valore del primo ufficiale. Al termine della Prima Guerra Mondiale, negli spazi pubblici di gran parte dei centri abitati italiani, vennero eretti numerosi monumenti dedicati alla memoria dei caduti in quel conflitto.

Ancora oggi quei monumenti segnano in misura caratteristica il nostro paesaggio urbano. Pur trattandosi di elementi architettonicamente e simbolisticamente interessanti sotto molti aspetti, il fenomeno della costruzione dei monumenti ai caduti della Grande Guerra fondò spesso la sua importanza non tanto sulla qualità in se stessa delle opere realizzate, ma soprattutto su alcune caratteristiche specifiche: la diffusione capillare in tutto il paese; la committenza pubblica che agiva attraverso comitati promotori locali; le finalità politiche, emblematiche del clima storico e sociale del primo dopoguerra e, più in generale, del primo novecento italiano. Una parte della popolazione italiana guardava al conflitto, che aveva creato un “vuoto” così grande nelle giovani generazioni, con estraneità se non con aperta ostilità. La memoria della guerra e dei suoi lutti venne dunque elaborata da costoro, in qualche caso, tentando particolari vie internazionaliste o antipatriottiche ostacolate dal potere, in altre situazioni, più comunemente, giungendo a un’accettazione del conflitto grazie alla tradizionale mediazione della religione. La fetta di opinione pubblica, invece, più prettamente orientata all’ideologia nazional-patriottica si trovava a dover fronteggiare un fenomeno imprevisto. La guerra appena terminata aveva rappresentato un massacro di entità del tutto inaspettata.  In questo caso dunque, si doveva affrontare non solo il “semplice” lutto per i tanti caduti ma anche il fatto che fossero morti proprio in una guerra “nazionale”, elemento in grado di far vacillare la fedeltà all’ideale a cui queste individualità si sentivano fortemente legate.
La commemorazione “monumentale” dei caduti può essere vista come il tentativo di “collegare” l’accettazione della guerra nazionale, alla necessità del superamento del lutto attraverso una manifestazione concreta, una atto tangibile, espressione di una cittadinanza comunitaria e locale, che potesse attribuire contorni accettabili alla morte in battaglia, cercando allo stesso tempo di restituirle un senso ideale. Memoria ed elaborazione del lutto venivano quindi mediate attraverso una partecipazione collettiva, che trasfigurava in termini eroici una morte in molti casi semplicemente frutto delle contingenze della guerra. Una situazione che si rivelò non priva di implicazioni, al punto da sfociare negli anni seguenti in una retorica apertamente revanscista. Inizialmente, i morti in guerra furono oggetto di un processo di elaborazione del lutto messo in atto unicamente da familiari e comunità locali, per dare un significato e rendere più tollerabili le enormi perdite numeriche. Molte delle iniziative di commemorazione non ebbero, cioè, carattere ufficiale o statale, ma partirono “dal basso”, dalla cerchia dei caduti. Parenti, colleghi, amici, spesso semplici conoscenti, accomunati dalla situazione, si organizzarono per ricordare i caduti a livello di singole aggregazioni sociali. La costruzione dei monumenti veniva realizzata attraverso concorsi a cui partecipavano scultori già esperti nella produzione cimiteriale, tipica di una scultura celebrativa dotata di caratteristiche coerenti con l’ideologia della committenza e con tratti di comprensibilità verso il grande pubblico. Le cerimonie di inaugurazione non presentavano un carattere prettamente funebre, ma piuttosto solenne e al tempo stesso cariche di tensione comunitaria. Nelle diverse fotografie d’epoca si nota la presenza di una grande folla, composta di gente comune e reduci, che partecipa allo scoprimento dei monumenti, accolti in maniera festosa e al suono di inni patriottici. Solo successivamente le manifestazioni commemorative assunsero anche un carattere ufficiale e nazionale. Con l’avvento al potere del fascismo nel 1922, infatti, il governo centrale iniziò a prefigurare la necessità di onorare la memoria dei caduti attraverso la costruzione di monumenti posti all’interno di specifici giardini o boschi denominati “Parchi della Rimembranza”, con l’intento di simboleggiare soprattutto l’idea della fertilità del sacrificio dei caduti della Grande Guerra attraverso l’impianto di alberi. Le prime norme su questi “giardini della memoria”, in base alle quali ad ogni caduto sarebbe stato dedicato un albero e la sua cura sarebbe stata affidata ad uno o più alunni meritevoli, furono emanate nel 1922-23, in particolare dal sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione Dario Lupi che promosse a tale scopo in tutti i Comuni d’Italia la costituzione di comitati locali per le iniziative in onore dei caduti. Se inizialmente, dunque, per la localizzazione dei monumenti erano stati scelti quasi esclusivamente i centri storici, cuore dell’immagine pubblica delle città, i Parchi della Rimembranza portarono all’individuazione di nuovi spazi, spesso decentrati, ma più ampi, che accolsero diverse di queste opere commemorative. Ma non ci fu unicamente una memoria “ufficiale” e organica alla situazione politica dell’Italia di allora. Soprattutto tra il 1919 e il 1920, infatti, diverse associazioni locali e forze politiche di sinistra coltivarono il ricordo dei caduti, dell’opposizione alla guerra e delle sofferenze causate a soldati e civili. Comuni guidati da sindaci socialisti inaugurarono lapidi e monumenti sui quali vennero incise epigrafi molto esplicite nel descrivere l’orrore verso il conflitto, in cui i soldati morti venivano descritti più come semplici vittime che come eroi. Questi particolari monumenti ai caduti ebbero, però, vita breve e difficile. Già i primi governi liberali del dopoguerra ne ostacolarono o vietarono la costruzione, e con l’ascesa al potere del fascismo vennero pressochè tutti distrutti. Utilizzato dal nascente fascismo con l’intento di monopolizzare la memoria della Grande Guerra e affermare una sorta di continuità tra esperienza bellica e fascismo, il fenomeno della “monumentalistica” proseguì, con la tacita approvazione degli ambienti politici ufficiali, durante tutti gli anni ’20. Molte furono però anche le proteste di intellettuali, uomini politici ed artisti, come Benedetto Croce e Carrà, per porre un freno alla proliferazione di monumenti di scarso valore artistico. Fino a chè, nel 1928, una circolare ministeriale invitò le amministrazioni locali a limitare le spese per i monumenti commemorativi e ad impiegare i fondi raccolti dai comitati promotori per la realizzazione di opere di pubblica utilità. Dopo questa data, a livello locale, la costruzione di monumenti commemorativi subì quasi ovunque una forte flessione, fino a bloccarsi intorno al 1930. Nel 1931 il regime fascista decise di procedere allo smantellamento di molti piccoli cimiteri sorti in modo provvisorio lungo i fronti di guerra, spesso in stato di semiabbandono. Attraverso il Commissariato per le Onoranze ai Caduti in guerra diede inizio alla costruzione di diversi Ossari monumentali nei territori delle province che erano state teatri di guerra. Al loro interno furono traslati i resti di decine di migliaia di soldati. L’imponente realizzazione architettonica dei grandi sacrari portò al sostanziale abbandono delle simbologie più tipiche della monumentalistica locale, spesso molto semplice, a volte influenzata dagli stilemi liberty del primo novecento, per ispirarsi invece ad uno stile e a simbolismi più prosaicamente roboanti e romaneggianti. Non stava cambiando solo il “sentire” critico e culturale dell’intera collettività sociale verso la guerra nazionale e i suoi caduti, ma lo stesso potere fascista, dopo aver utilizzato e sfruttato a fondo l’epica della Grande Guerra quale motore emozionale del consenso, aveva ormai deciso di abbandonarla a favore di un nuovo mito propagandistico, quello dei fasti dell’antico impero romano.I monumenti ai caduti della prima guerra furono poi unificati con quelli della seconda guerra mondiale.

PROGETTO DI INTERVENTO

Il progetto prevede un intervento conservativo concentrato alle puliture superficiali necessarie visto lo stato di conservazione delle superfici che dimostrano avere depositi e concrezioni consistenti.
In particolare si è previsto una alternanza di azioni di pulitura che vedono l’uso di strumenti meccanici coadiuvati da acqua nebulizzata. Nei punti con concrezioni più consistente si provvederà anche all’uso di impacchi assorbenti a base di carbonato di ammonio(aree posteriori). Il lavaggio avverrà in due tempi: inizialmente l’acqua rimuoverà i depositi più evidenti permettendo una migliore individuazione delle patine biologiche. Patine, muschi e licheni saranno disinfettati tramite la stesura di biocida (la cui tipologia sarà da concordare con la DL). Il biocida sarà lasciato in opera qualche giorno per permettere l’azione disinfestante.
Quando gli agenti patogeni saranno morti, con l’aiuto di strumenti meccanici saranno rimosse i talli e ogni residuo vegetativo. Si è previsto di eseguire due volte l’azione di pulitura con biocida Ai fine di rallentare il riformarsi di patina al termine delle operazioni di pulitura sarà steso un biocida preventivo.
Nel progetto (ma non all’interno dell’appalto) è prevista la sagomatura dell’apparato vegetativo adiacente il monumento. In particolare la modellatura della parte bassa dei cipressi e il taglio di una porzione di siepe in modo che gli stessi non contribuiscano all’innesco di azioni patogene.
Nel rilievo delle patologie è emersa la presenza di micro fessure nella parte di opera realizzata in marmo rosso. Al fine di evitare l’incremento delle microlesioni si è valutato di procedere alla stuccatura con malta di calce e polvere di marmo rosso delle lesioni più evidenti e di quelle che potrebbero far innescare problemi legati al gelo e disgelo.
Anche le connessure tra i vari blocchi hanno problemi di contatto. In questo caso si provvederà alla chiusura del giunto sempre con materiale idoneo: calce e polvere di marmo
lesioni sul marmo di Verona
Perdita del colore delle scritte
rosso o pietra di Botticino.
Si è rilevato che alcune scritte che riportano i nomi dei deceduti si sono scolorite. A ravvivare a tono le lettere si procederà con un ritocco pittorico con tinta nera.
Al termine delle lavorazioni sarà steso un protettivo a base di silicato di etile.

  • PULITURA MECCANICA (SPAZZOLE, SPATOLE ECC.):
    Accurata pulitura dell’intonaco e delle parti lapidee con stracci e/o scopinetti e/o spazzole di saggina o nylon, al fine di togliere tracce di sporco e residui facilmente asportabili, compreso l’eventuale utilizzo di bidone aspiratutto per la completa rimozione del materiale rimosso mediante aspirazione.
  • PULITURA MEDIANTE SPRAY D’ACQUA NEBULIZZATA:
    Pulitura mediante spray d’acqua nebulizzata; la nebulizzazione del liquido avverrà tramite ugelli a cono vuoto dotati di pinze e posizionati a 30-40 cm dalla superficie caratterizzati da un orifizio molto piccolo di diametro tra 0,41 e 0,76 mm che permette di invadere la superficie da trattare  (obliquamente) con una fitta nebbia di goccioline del diametro di circa 0,1 mm. Ogni augello deve essere dotato di filtro e valvola per l’arresto dell’acqua. L’acqua di fatto deve scorrere lungo la superficie per escludere ogni effetto meccanico sulla superficie. I tempi di applicazione variano in funzione della consistenza del deposito oltre che della natura e delle condizioni di conservazione del substrato lapideo. L’acqua di nebulizzazione può essere direttamente quella dell’acquedotto con un getto che non superi le 4 atm.
  • PULITURA MEDIANTE IMPACCHI ASSORBENTI A BASE DI CARBONATO E BICARBONATO D’AMMONIO
    Il carbonato e il bicarbonato di ammonio sono sali solubili in acqua che potranno es­sere utilizzati sia da soli che in composti e si potranno aggiungere resine a scambio ionico con effetto solfante appli­cate in seguito a miscelazione con acqua demineralizzata in rapporto variabile, in base alla consistenza finale che si vorrà ottenere per effettuare il trattamento (verranno eseguiti test preventivi in accordo con la DL per valutarne la composizione e il tempo di contatto che potrà variare tra i 10 e i 45 minuti).

In presenza di efflorescenze visi­bili sarà utile un’anticipata rimozione meccanica delle stesse, allo scopo di            evita­re la loro solubilizzazione e conseguente compenetrazione in seguito alla messa in opera dell’impacco.

Esempi di impasti: un impasto base per la rimozione di patine tenaci, fissativi o pitturazioni eseguite con                 colori più o meno resistenti sarà composto da:

–        polpa di cellulosa a fibra media-grossa (tipo Arbocell 200-600 µ, metà della quantità di polpa di                       cellulosa potrà essere sostituita con Sepiolite)

–        carbonato di ammonio al 20-25% (soluzione satura e acqua deionizzata in rapporto 1:2), in alternativa           si potrà utilizzare bicarbonato di ammonio in op­portuna diluizione.

La concentrazione della sostanza attiva non dovrà essere molto alta così da garantire all’impacco un’azione            prolungata nel tempo e in profondità.

L’applicazione degli impacchi chimici dovrà essere fatta dal basso verso l’alto in modo da ovviare pericolosi            ed incontrollabili fenomeni di ru­scellamento e al fine di ogni applicazione si procederà all’asportazione di ogni          traccia di sostanza chimica ricorrendo sia ad un accurato risciacquo ma­nuale con acqua deionizzata sia, se          indicato dalla scheda tecnica del prodotto, all’ausilio di apposite sostanze neutralizzatrici.

 

  • INTONAZIONE CROMATICA DELLE STUCCATURE
    Intonazione cromatica delle integrazioni con velature di latte di calce diluito, colorato con pigmenti stabili
  • ASPORTAZIONE MATERIALI INCOMPATIBILI
    Asportazione delle parti non compatibili con il paramento murario, ovvero stuccature o integrazioni realizzate con malte cementizie. L’operazione dovrà avvenire con la massima cura evitando accuratamente di non intaccare il manufatto originale; seguirà  poi nuovamente un intervento di pulizia utilizzando pennelli e setole morbide e, infine si eseguirà la stuccatura con malta a base di calce. L’operazione deve essere eseguita con l’assistenza continua di un restauratore abilitato.
  • ELIMINAZIONE DI AGENTI BIODETERIOGENI: PATINA BIOLOGICA, MUSCHI, LICHENI
    Applicazione a pennello di alghicidi quali ipoclorito di sodio (varechina) utilizzato in soluzione acquosa al 2%-7%. Successivamente verificato localmente lo stato di avanzamento dell’azione, il solvente sarà rimosso con abbondanti risciacqui e una accurata spazzolatura per poi essere riapplicato altre due volte con il medesimo metodo a distanza di un paio di giorni. Dopo aver verificato la decadenza della patina si provvederà alla sua rimozione tramite un’azione meccanica utilizzando bisturi e spatole.
  • STUCCATURA DELLE LACUNE DELLA PIETRA
    Stuccatura delle lacune della pietra, delle fenditure e dei giunti erosi o mancanti tra i vari elementi lapidei con malte aeree intonate cromaticamente, composte da calce idrata e polveri di marmo, additivate di emulsione acrilica al 5% (Acril 33).
  • RITOCCO PITTORICO
    Integrazione pittorica delle abrasioni e delle superficie con viraggio del colore e ricostruzione a effetto delle parti mancanti mediante l’applicazione per stesure successive di velature di colori ad acquarello e/o tempere pigmentate con terre naturali
  • CONSOLIDAMENTO SUPERFICIALE
    Applicazione di due mani di protettivo a base di silicato di potassio stabilizzato con quantità di stabilizzante entro i limiti della norma DIN 18363, con particolari caratteristiche di traspirabilità, adesione al supporto per reazione chimica, elevata resistenza alle aggressioni atmosferiche. Ogni strato sarà applicato dopo l’essicazione dello strato precedente  e le superfici trattate saranno protette dopo l’essicazione.

 

FINE LAVORI

Monumento ai Caduti fine lavori

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